Perché l’Italia ha un debito pubblico così elevato? Analisi storica e possibili soluzioni.

Perché l’Italia ha un debito pubblico così elevato? Analisi storica e possibili soluzioni.

Introduzione

Il debito pubblico che l’Italia sta affrontando oggi è causa di molteplici discussioni. Negli ultimi anni infatti, economisti, politici e la popolazione in generale hanno discusso a lungo su che problemi causasse un debito pubblico tra i più alti d’Europa. Oggi analizzeremo perché ci siamo ritrovati con un debito pubblico così importante e quali sono i problemi principali che questo comporta.

Definizione di debito pubblico

Il debito pubblico è il debito contratto da uno stato, di conseguenza è la somma totale di denaro che uno stato dovrà restituire ai suoi creditori. Se uno stato incassa meno di quanto spende rischia di non riuscire a pagare le spese che deve affrontare, come pensioni, stipendi, manutenzione stradale e altro. La soluzione più immediata e utilizzata per ovviare a ciò è tramite l’emissione di obbligazioni nel mercato, ovvero prestiti. Chiunque può diventare il creditore dello stato acquistando un’obbligazione. In questo modo lo stato disporrà nell’immediato della somma, ma nel lungo periodo potrebbe diventare controproducente perché quei prestiti che ha effettuato dovrà ripagarli e in aggiunta anche i tassi di interesse, ovviamente facendo innalzare ulteriormente la somma da restituire.

Storia del debito pubblico italiano

Per capire come l’Italia ad oggi è uno dei paesi con il più alto debito pubblico in Europa, bisogna partire dalle origini, capirne la storia e l’evoluzione di esso.

Le origini

Poco dopo la proclamazione del Regno d’Italia nel 1861, venne istituito il Gran Libro del Debito Pubblico italiano, che raccolse tutti i debiti degli stati preunitari, per un totale di circa 2 miliardi e mezzo di lire. Il debito totale del regno d’Italia secondo molti studi rappresentò circa il 45% del PIL; queste sono chiaramente delle mere stime, seppur affidabili, siccome in quegli anni il concetto di PIL non era ancora stato teorizzato. Ciò che invece è quasi certo che sia accaduto è che, il regno d’Italia a soli 10 anni dalla sua nascita, nel 1871, si ritrovò con un debito pubblico del 95%, un aumento di circa 50 punti percentuali in un solo decennio. Questo aumento fu causato principalmente da un disavanzo di cassa, infatti le entrate riuscirono a coprire solamente circa la metà del fabbisogno del paese. Negli anni successivi il Regno d’Italia dovette sostenere importanti spese per la realizzazione di opere pubbliche come, l’ampliamento della rete ferroviaria, sviluppo di infrastrutture statali e altre manovre strategiche con il fine di unificare economicamente il paese. Questi interventi contribuirono inevitabilmente ad un considerevole aumento del debito pubblico ai danni del neonato Regno d’Italia, che si trovò in poco tempo ad avere un Debito Pubblico tra i più alti dell’epoca. Negli anni ’90 dell’800 in Italia furono messe in atto varie manovre per diminuire e stabilizzare il debito pubblico che però fallirono. Nei primi anni del 900, sotto il governo Giolitti, ci furono ulteriori riforme sempre con lo stesso fine. In questa seconda sessione queste strategie effettivamente funzionarono, trainate e aiutate sicuramente anche dall’industrializzazione che stava avvenendo in quel periodo. Dall’inizio del 900 fino alla prima guerra mondiale il rapporto debito/PIL diminuì gradualmente, passando da circa il 90% al 70%. Dopo il periodo giolittiano arrivò la prima guerra mondiale che fece aumentare nuovamente il Debito pubblico, chiaramente sempre in rapporto al PIL, si arrivarono a toccare picchi fino al 160% nel cosiddetto biennio rosso (1919-1920). Nel 1925 l’Italia fece alcune negoziazioni con paesi esteri per ridurre il debito da restituire ad appunto questi paesi. Molte di queste trattative andarono in porto e infatti, nel 1926, il Regno d’Italia toccò il minimo storico dalla sua proclamazione, con un rapporto Debito/PIL dell’appena 52%. Poi già dall’inizio degli anni ’30 iniziarono a calare significativamente le entrate nelle casse dello stato. Ciò accadde principalmente a causa della “Grande Depressione”, che fece aumentare nuovamente il rapporto Debito/PIL. Poi durante la seconda guerra mondiale, a causa dei massici investimenti militari, il Debito/PIL arrivò fino al 108%. Al termine della seconda guerra mondiale, l’Italia trovatasi distrutta dai bombardamenti, decise di stampare enormi quantità di denaro per finanziare le spese militari e la ricostruzione di edifici. Ciò comportò la cosiddetta “iperinflazione”, la lira italiana perse parecchio valore facendo crollare il rapporto Debito/PIL fino al 30% nel 1947. Un dato apparentemente positivo che però nascondeva una verità drammatica. Basti pensare che il costo medio di un prodotto in Italia, era aumentato di 50 volte in solo 8 anni, dal 1939 al 1947.

Storia del PIL moderno (1970-2000)

Fino agli anni ’70 il rapporto Debito/PIL oscillò di non molti punti percentuali e rimase quasi invariato per merito anche di un forte sviluppo tecnologico, un importante aumento della produzione industriale e alcune politiche che aiutarono indirettamente a mantenere il rapporto Debito/PIL contenuto. Dagli anni ’70 in poi si notò un graduale aumento dovuto principalmente dai disavanzi di bilancio dovuti a loro volta da alcune crisi petrolifere e dalla spesa pubblica sempre maggiore, caratterizzata soprattutto dalle pensioni anticipate. Il rapporto Debito/PIL italiano comunque non subì una violenta impennata soprattutto per via dell’inflazione. Quest’inflazione fu dovuta principalmente da una “collaborazione” tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia, in cui la stessa Banca d’Italia emise moneta sul mercato acquistando titoli di stato non ancora comperati, mantenendo indirettamente e artificialmente contenuto il rapporto Debito/PIL. Fino al 1981 questa cooperazione mantenne relativamente basso, come già detto, l’aumento dei tassi di interesse, ritardando di conseguenza anche l’aumento del Debito Pubblico in relazione al PIL. Quando però avvenne il cosiddetto “divorzio tra il Ministero del Tesoro e Banca d’Italia”, iniziò una nuova fase di politica monetaria con l’obiettivo di far diminuire l’inflazione della lira. Nonostante gli sforzi politici, il rapporto tra Debito Pubblico e Prodotto Interno Lordo (PIL) continuò ad aumentare fino ad arrivare al 92% nel 1989. Questa crescita comportò all’Italia una forte instabilità economica; alcuni investitori sfruttarono proprio questa fragilità per dare origine all’attacco speculativo del 16 settembre 1992, il cosiddetto “mercoledì nero”. Semplificando:

  1. una serie di grandi investitori, organizzati fra loro, chiesero un prestito enorme in lire italiane
  2. successivamente vendettero in moneta estera le lire italiane, ciò fece crollare il prezzo di queste
  3. dopo poco comprarono nuovamente le lire ormai svalutate e
  4. saldarono il prestito, che però ora risultò essere di minor valore, sul piano globale, per la svalutazione subita della moneta italiana.

In questo modo gli investitori guadagnarono moltissimo in un solo giorno, ma allo stesso tempo ciò procurò all’Italia l’uscita dallo SME (Sistema Monetario Europeo) poiché la lira non fu in grado di mantenersi nei limiti previsti dal sistema. Due giorni dopo l’attacco uscì un nuovo Decreto Legge intitolato: “Misure urgenti per il risanamento della finanza pubblica”. Come si può intendere dal nome, questo avrebbe far dovuto prendere una boccata d’aria all’Italia e ai suoi cittadini, tuttavia, il Debito/PIL continuò ad aumentare fino a raggiungere il 121% nel 1994.

Anni duemila

Da quel momento si capì l’importanza e l’assoluta urgenza di prendere decisioni serie e severe in grado di invertire il trend, soprattutto perché il Trattato di Maastricht prevedeva come rapporto massimo di Debito/PIL del 60%. Proprio il trattato appena nominato fu uno dei cinque parametri necessari per entrare nella nascente Unione Monetaria Europea. Nonostante l’Italia non rientrò in quel parametro, l’UME decise comunque di ammettere l’Italia nel 1998, i motivi principali furono i seguenti:

  1. l’Italia si stava adoperando massicciamente per diminuire in modo considerevole il rapporto Debito/PIL;
  2. l’Italia è uno dei sei paesi fondatori dell’Unione Europea;
  3. l’Italia è la terza economia in Europa
  4. secondo molti quindi, un’Europa senza Italia sarebbe stata quasi inconcepibile.

Come già detto l’Italia in quel periodo fu fortemente incentrata sulla riduzione del rapporto Debito/PIL del paese, che arrivò fino ad un picco minimo del 103% circa, nel 2007, principalmente dovuto a costanti avanzi primari. Appena l’anno successivo, nel 2008, una crisi scatenatasi originariamente negli Stati Uniti, colpì di riflesso anche l’Italia. Da quel momento aumentò la spesa pubblica del paese, chiaramente per contenere la crisi, e diminuì anche il PIL, così facendo crebbe il rapporto Debito/PIL, che arrivò fino al 116% nel 2010. Nel 2011 vi fu, nuovamente, un’ulteriore crisi che afflisse l’Italia, la crisi del debito sovrano italiano. A causa di questa seconda crisi l’Italia sprofondò ancor di più, toccando picchi in rapporto al Debito/PIL del 135% nel 2014. Questo rapporto rimase stabile fino al 2020 quando scoppiò la pandemia globale del COVID-19. Ovviamente con questa pandemia il nostro paese, come molti altri, dichiarò l’obbligo di restare tra le proprie mura domestiche, ciò comportò una diminuzione del PIL, dovuta alla scarsa produzione, e ad un aumento del deficit, dovuto alle enormi spese sanitarie. In un solo anno il rapporto Debito/PIL aumentò di 20 punti percentuali, arrivando fino al 154%. Dal 2023 in poi questo rapporto diminuì gradualmente per merito soprattutto del:

  1. Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)
  2. la spinta del settore edilizio
  3. la crescita del turismo
  4. le esportazioni a marchio Made in Italy.

Ad oggi, secondo gli ultimi dati disponibili il rapporto Debito/PIL italiano si attesta sul 137%, ovvero circa 3.178 miliardi di euro, mantenendo l’Italia al secondo posto del paese Europeo per il maggior rapporto Debito/PIL.

Perché un debito pubblico così elevato rappresenta un problema?

Innanzitutto è importante precisare immediatamente che il debito pubblico è presente nella quasi totalità dei paesi industrializzati e avanzati, e può svolgere ruoli di importanza rilevante come:

  1. Finanziare infrastrutture pubbliche (ponti, ospedali, scuole, eccetera).
  2. In periodi di recessioni è opportuno ricorrere ad alcuni prestiti per continuare a mantenere attiva l’economia del paese, innalzando conseguentemente il debito nazionale.
  3. I titoli di stato possono essere un modo facile e relativamente sicuro con cui un cittadino può far fruttare i propri risparmi che altrimenti rimarrebbero fermi sul conto corrente.

Questi sono solo alcuni esempi di come il debito pubblico possa aiutare uno stato e i suoi cittadini, ma cosa succede quando questo diventa eccessivamente massiccio? Nel caso appena elencato potrebbero rivelarsi veritiere diverse ipotesi, le più importanti da evidenziare:

  1. Troppi interessi sui debiti. Questo è unodei principali problemi da cui l’Italia è afflitta. Siccome il paese ha contratto dei debiti, su questi dovrà ragionevolmente pagarci degli interessi periodicamente, che come diretta conseguenza andranno ad erodere le entrate che lo stato potrebbe eventualmente incassare. Secondo ricerche attendibili si nota che lo stato italiano paga mediamente 88 miliardi di euro di interessi ogni anno, che rappresentano circa il 3,8% del PIL. Questo è ovviamente denaro che l’Italia potrebbe sfruttare per finanziare scuole, ospedali, strade e molto altro, ma che invece si ritrova costretto a destinare ad investitori. Ragionevolmente, maggiore sarà il debito, maggiori saranno gli interessi, e quindi si verifica un imminente rischio di innescare un circolo vizioso a cui difficilmente si riuscirà a porre fine.
  2. Mancanza di investimenti produttivi. Lo stato quando ha bisogno di finanziarsi, la scelta più semplice e ricorrente è quella di emettere titoli di stato. Investitori privati decidono di puntare all’acquisto di questi titoli poiché più conveniente e soprattutto sicuri piuttosto che investire in aziende private. Lo stato “ruba” quindi investimenti che potrebbero essere rivolti ad aziende private, non preoccupandosi di destinare questi fondi ad attività che aumentino la produttività del paese e che possano, direttamente o indirettamente, essere d’aiuto al paese considerando soprattutto una visione temporale a lungo termine.
  3. Tassi di interessi elevati. Se lo stato non riuscirà ad invertire il trend che abbiamo evidenziato nel paragrafo precedente, sarà facile presumere che l’Italia avrà sempre maggior necessità di emettere titoli di stato per finanziarsi. Allo stesso tempo potrebbe però perdere credibilità. In questo modo i tassi di interesse su quei titoli aumenterebbero, e aumenterebbero di conseguenza anche i soldi da destinarsi al pagamento degli interessi. In questo modo si rischierà una brusca recessione che potrebbe portare, nel peggiore dei casi, ad un default.
  4. Bancarotta italiana. In caso l’Italia dovesse effettivamente dichiarare default, ci sarebbero ripercussioni gravissime sull’intera economia del paese, che ricadrebbero senza dubbio soprattutto a discapito dei cittadini. Nel caso in cui si verificherà, si potrebbero riscontrare profondi problemi anche nella nostra vita quotidiana. La disoccupazione aumenterebbe incredibilmente, siccome le aziende si troverebbero in difficoltà e quindi costrette a licenziare il proprio personale. Si potrebbe inoltre assistere ad un’inflazione che potrebbe ostacolare risparmiatori o semplicemente famiglie a condurre una vita tranquilla e dignitosa. I prestiti diventerebbero più costosi per via della forte instabilità a cui il mercato sarà sottoposto. Questi sono solo alcuni dei scenari che si potrebbero verificare nel caso si concretizzi questa eventualità. Nonostante ciò, è opportuno indicare che questo è un caso poco probabile e in caso effettivo di default italiano, seppur non è un obbligo, probabilmente la BCE interverrebbe limitando i danni sull’impatto economico del paese.
  5. Stato esposto a crisi. Un debito pubblico tra i più alti d’Europa rappresenta un problema anche sotto l’aspetto delle potenziali crisi a cui lo stato potrebbe essere sottoposto. Un alto debito pubblico riduce in modo più che considerevole i margini di manovra dello stato e di conseguenza le azioni che esso possa intraprendere. In questo modo l’Italia, se sarà effettivamente afflitta da qualche tipo di crisi, si troverà maggiormente esposta rispetto ad altri stati, soprattutto per via proprio della mancanza di alternative legate a loro volta alla mancanza di denaro.

Come già brevemente menzionato, è bene precisare che l’Italia rappresenta uno dei paesi più rilevanti dell’Unione Europea, in caso effettivo di eventi di crisi, default o banalmente sfavorevoli dal punto di vista economico, la BCE probabilmente stanzierà appositamente dei fondi per la ripresa economica dell’Italia che ridurranno gli effetti della potenziale crisi.

Possibili Soluzioni

Nel tempo vari economisti hanno teorizzato alcune pratiche che sarebbero in grado di diminuire il Debito pubblico. Ho individuato le strategie che ritengo personalmente più consone e rivisitate leggermente. Le più interessanti e fattibili sono le seguenti:

  1. Crescita del PIL. Penso che se lo stato stanziasse appositamente alcuni fondi su investimenti mirati nel lungo periodo, si potrebbe aumentare il PIL e successivamente tramite un maggior flusso di entrate fiscali si potranno verificare anche degli avanzi di bilancio. L’Italia potrebbe pensare di investire in startup che lavorano nel settore di tecnologie ad alto valore aggiunto come l’intelligenza artificiale, la robotica, i semiconduttori e simili. Ritengo che queste tecnologie siano la base del futuro e tramite queste tecnologie l’Italia potrà essere più indipendente dal punto di vista tecnologico in futuro. Questa strategia non va a diminuire direttamente il debito pubblico, ma bensì aumentando il valore nominale del PIL, si ridurranno in percentuale anche il peso degli interessi totali sul debito dell’Italia. Inoltre in questo caso potranno diminuire i tassi di interessi sui singoli titoli di Stato poiché il paese verrà considerato più affidabile e sicuro. In questo modo potremmo arrivare ad avere aziende Made in Italy importanti nel panorama globale e ridurre i danni in caso di crisi, siccome avremo più fondi da gestire e orientare verso i bisogni primari del paese.
  2. Strutture inutilizzate. Ad oggi, nel 2026, lo stato italiano è in possesso di più di 1,2 milioni di strutture che gestisce a livello statale, di cui almeno 30.000 sono inutilizzate. Se queste strutture si impiegassero correttamente o eventualmente vendute ad enti terzi, si potranno generare dei ricavi che potrebbero essere destinati al pagamento del debito pubblico, con conseguenza la sua diminuzione.
  3. Evasione Fiscale. Si stima che lo stato italiano perde oltre 100 miliardi di euro l’anno per via dell’evasione fiscale, tramite tasse o contributi previdenziali non pagati. Di questo denaro il 90% è tramite i pagamenti non regolari. Lo stato per ridurre l’impatto di questa criticità potrebbe investire sulla digitalizzazione dei pagamenti e incrociare le banche dati per avere maggior controllo sui pagamenti sul suolo nazionale e quindi ridurre le perdite. Come per il caso precedentemente citato poi, si potrebbe usare una parte del denaro recuperato per ridurre il debito pubblico italiano.