Pier Paolo Pasolini: la morte di un intellettuale scomodo

Pier Paolo Pasolini: la morte di un intellettuale scomodo

Quella mattina e la prima versione di Pelosi

L’orologio segna l’1:30 di notte quel 2 novembre del 1975, quando una pattuglia dei carabinieri nota un’Alfa Romeo 2000 GT che sfreccia contromano a velocità molto elevate. I carabinieri fanno retrofronte e si mettono all’inseguimento. Una volta bloccata con forza l’auto contro il marciapiede, un carabiniere scende dall’auto e identifica il conducente. Si tratta di Pino Pelosi, giovane ragazzo di borgata 17enne che aveva commesso già in precedenza dei piccoli reati, l’auto non è la sua, ma del poeta, scrittore e regista Pier Paolo Pasolini. Dapprima i carabinieri pensano ad un furto d’auto d’un balordo qualsiasi, poi si scopre la verità. Alle 6:30 di quello stesso 2 novembre 75’, vi è una coppia che si sta dirigendo verso la propria abitazione, Alfredo Principessa al volante e sua moglie Maria Teresa Lollobrigida. La loro casa, non si tratta altro che di una baracca fatta di lamiere, situata in un comprensorio di altre case simili. Arrivati davanti alla loro casa, Maria Teresa si accorge che davanti l’entrata della loro abitazione vi è qualcosa di anomalo. Da lontano sembra essere un cumulo di spazzatura, avvicinandosi capisce che è qualcosa di molto più grave, un cadavere. Il corpo è rivolto verso terra, in condizioni pietose, ricoperto di ferite, sangue e fango. Appena 15 minuti dopo arrivano sul luogo del delitto le forze dell’ordine, chiamate prontamente dalla signora Lollobrigida e suo marito. Intorno al corpo vi è già radunata una folla di curiosi e la scena si fa subito inquinata. Il terreno è fangoso e le impronte dei nuovi arrivati si mischiano a quelle lasciate in quella notte, rendendo difficile ricostruire un’ipotetica scena del delitto. Alle 10 di mattina dello stesso giorno si presenta sul luogo, Ninetto Davoli, grande amico del poeta, che riconosce immediatamente i lineamenti di Pasolini, in quel corpo, così tanto martoriato. Nel frattempo Pino Pelosi si trova nel carcere minorile di Casal del Marmo, e chiede se gli possano esser consegnate il suo pacchetto di sigarette, l’accendino e un anello d’oro con la scritta United States Army che si trovano nella sua macchina, o meglio, in quella del poeta. Nella macchina però, non vi è nessuno di quegli oggetti, il primo dei tanti misteri che accompagneranno questo caso. Alle 12 quando i carabinieri interrogano Pelosi, lui dà la sua prima versione dei fatti. La prima versione dei fatti raccontata da Pelosi è la seguente: Pasolini rimorchia Pelosi a Piazza dei Cinquecento, una zona dove i ragazzi si prostituiscono, nonostante dichiara di non esser di quelli, accetta l’invito. Pasolini lo porta in una zona deserta di Ostia, lì i due iniziano a consumare un rapporto sessuale dentro l’auto, dopo poco, Pelosi evidentemente infastidito scende dall’auto, e Pasolini lo insegue volendo finire di consumare il rapporto, ma Pelosi non ci sta, e dice chiaramente a Pasolini che erano stati presi accordi differenti, e di non voler proseguire con l’atto, allora a quel punto Pasolini avrebbe raccolto un paletto di legno a terra, prima minacciando il 17enne, e poi picchiandolo con quello stesso paletto. A quel punto Pelosi si prova a divincolare, riuscendoci anche momentaneamente, ma Pasolini lo raggiunge ancora una volta continuando a picchiarlo, a quel punto i due cadono a terra, e Pelosi, vede vicino a sé una tavoletta di legno, e la inizia ad usare come arma verso il poeta, sferrandogli anche due violenti calci all’linguine. Pasolini però non molla, continua a difendersi e picchiarlo fino a quando Pelosi usa quella tavoletta per colpirlo in faccia. A quel punto Pasolini crolla e Pelosi si dà alla fuga con l’auto del regista, investendo il corpo del poeta involontariamente.

Le prime incongruenze

Pasolini, prima di quell’incontro, è andato a cenare insieme al suo amico Nino Davoli, dopodiché si dirige proprio in quella Piazza dei Cinquecento dove incontra Pelosi e 3 suoi amici. Qui nasce già un’incongruenza in quanto Pelosi dichiara che è stato Pasolini ad avvicinare i 4 ragazzi mentre gli amici di Pelosi e i testimoni che hanno visto la scena dichiarano l’opposto, ovvero che sarebbero stati proprio i 4 ragazzi ad avvicinare il regista, riconoscendolo e chiedendogli perfino di poter fare un giro sulla sua auto sportiva. Pasolini risponde alzando il finestrino e mettendo la sicura alle portiere come mezzo di protezione, ma i ragazzi continuano ad incalzarlo col loro dialetto romanesco chiedendogli di farli salire sull’autovettura e di fargli fare una parte in un film. Tutti sanno che quell’uomo è Pasolini, Pelosi compreso, che invece dichiarerà di non sapere che quell’uomo era proprio Pier Paolo Pasolini, dimenticandosi ingenuamente che aveva perfino confessato al suo compagno di cella che era stato proprio lui ad uccidere il regista. Pasolini alla fine fa salire in auto uno dei 4 ragazzi, Pino Pelosi, ma i due ritornano appena 30 minuti dopo. Pelosi dichiarerà che erano tornati perché proprio lui doveva consegnare le chiavi della sua auto ai suoi amici, in quanto sarebbe stato Pasolini a riaccompagnarlo a casa. I due si recano ad una trattoria dove Pasolini fa cenare Pelosi; qui nasce un’altra incongruenza nella storia, infatti, il ristoratore che li aveva assistiti quella sera dichiarò che il ragazzo che cenava con lui aveva dei lunghi capelli biondi, totalmente diverso da Pelosi, che era invece riccioluto e con capelli scuri. Ciò che è certo è che finita la cena i due si recano all’idroscalo di Ostia, dove si consumerà il delitto descritto da Pelosi, secondo però le ricostruzioni più accreditate che sono state fatte negli anni di quella sera, vi sono diverse incongruenze. In primo luogo se lo scontro è davvero avvenuto a corpo a corpo e il sangue sgorgava dal corpo del poeta in maniera significativa, come dichiarato dallo stesso Pelosi, anche lui sarebbe dovuto essere sporco di sangue, ma nei fatti, ad esclusione di piccole gocce quasi insignificanti ritrovate sul polsino, sui calzoni e sulle scarpe, era totalmente pulito. Pelosi si giustificherà dicendo che si era fermato ad una fontanella per levarsi di dosso il sangue, ma ciò non può essere possibile siccome il liquido avrebbe lasciato perlomeno un alone, che però non era presente. Un’altra incongruenza notata nel racconto di Pelosi; nella realtà si è scoperto che Pasolini aveva ricevuto un calcio nei testicoli talmente violento da procurargli un’emorragia, e nonostante ciò, secondo il racconto di Pelosi, Pasolini aveva continuato a lottare, questo è un fatto scientificamente impossibile, infatti, per via dell’importanza del danno subito, il poeta sarebbe stato impossibilitato dal farlo, anche se avrebbe voluto. Pelosi non riportava neanche segni dovuti al presunto corpo a corpo con Pasolini se non una piccola escoriazione sul volto che si era procurato plausibilmente da solo quando ha dovuto frenare bruscamente nell’inseguimento coi carabinieri. Il corpo di Pasolini era in condizioni indecenti e Pelosi sosteneva che tutti quei danni erano stati procurati soltanto da lui e da una tavoletta di legno, nonostante sulla tavoletta erano state rinvenute tracce di sangue e alcuni capelli strappati di Pasolini, i danni che il poeta riportava non erano sicuramente causati soltanto da un individuo e una tavoletta di legno. Secondo un perito che ha indagato sul caso all’epoca, ha detto che era stato con ogni probabilità usato almeno un altro oggetto con lo scopo di offesa, quello strumento però non è mai stato ritrovato, l’unica spiegazione plausibile è che chi lo ha usato se lo è portato con sé, e sicuramente non si trattava di Pelosi.

Ulteriori indagini e il poliziotto “maldestro”

Oriana Fallaci, all’epoca giornalista di fama nazionale, voleva contribuire a capire cosa era successo davvero quella notte, per questo ha deciso di intervistare gli abitanti di quel comprensorio e ha notato che dalle interviste, una caratteristica comune, le voci che quella notte erano state udite dal vicinato si trattavano di una moltitudine di persone, voci confuse ma quasi sicuramente voci maschili e adulte, con ogni probabilità non correlabili a solamente due individui, molti riportano di aver sentito anche più macchine sgommare a grande velocità. Dentro l’auto vengono rinvenuti due oggetti che il giorno precedente, come affermato con assoluta certezza dalla cugina di Pasolini che vive con lui, non vi era alcuna traccia, si tratta d’un plantare taglia 41 e un maglione verde, non riconducibili né al poeta e nemmeno a Pelosi. Sul lato passeggero dell’auto vi sono state visionate tracce di sangue di Pasolini, ma come mai quelle si trovavano lì? Ancora ad oggi non si hanno notizie certe, solo ipotesi. Nella parte anteriore destra dell’auto vi è un’ammaccatura evidente, non procurata quella notte ma bensì giorni dopo da un poliziotto maldestro che in una retromarcia avrebbe procurato accidentalmente il danno, inoltre la macchina è stata tenuta all’aperto e sotto le intemperie per giorni, lavando via senza ombra di dubbi almeno parte di quelli che potevano essere le tracce per ricostruire una scena del delitto almeno più accurata, su questo episodio sorgono molte ipotesi, come è possibile che un delitto così feroce fatto ai danni di un intellettuale di fama nazionale, sia stato trattato con cotanta superficialità? Molti si danno risposte pensando che l’omicidio di Pasolini era in realtà frutto di un’organizzazione molto più strutturata che di un semplice balordo 17enne di borgata, presupponendo che Pasolini era scomodo a molti e qualcuno avrebbe voluto eliminarlo. Sugli indumenti del poeta vi sono state analizzate 3 o più tracce di DNA, facendo notare che quella sera molto probabilmente Pelosi non era solo.

La seconda versione di Pelosi

Lo stesso Pelosi nel 2005, dopo aver scontato la sua pena e ben 30 anni dopo l’omicidio, intervistato ad una trasmissione televisiva, cambia drasticamente il suo racconto. Stavolta Pelosi dice che sono stati 3 uomini, che non conosceva, usciti dal nulla dall’accento presumibilmente siciliano o calabrese ad uccidere Pasolini quella notte. La descrizione di quanto accaduto quella sera secondo Pelosi, nel 2005, è la seguente. Uno dei 3 uomini, dalla folta barba e fisico robusto tiene fermo Pelosi minacciandolo di farsi gli affari suoi altrimenti i suoi genitori, ha minacciato l’uomo, avrebbero fatto la stessa fine, al contempo gli altri due lo picchiano a morte insultandolo con frasi del tipo: “fetuso!”, “comunista di merda”, mentre lui urla dolorante: “aiuto mamma, aiuto”. Pelosi dice che solo ora avrebbe avuto il coraggio di dire la verità in quanto i suoi genitori morti e probabilmente anche gli aggressori del poeta. Anche in un questo racconto però molti elementi non quadrano. Innanzitutto, come faceva ad essersi il suo anello vicino al corpo di Pasolini? E poi, Perché aveva confessato al suo compagno di cella di esser stato lui a commettere l’omicidio? Questi quesiti rimarranno per sempre un mistero.

Apparizione inaspettata e un’altra versione

Nel 2011 Pelosi ha fatto un intervento a sorpresa alla libreria Mondadori, in Via Piave a Roma, mentre Walter Veltroni, vecchio caro amico di Pasolini, stava presentando il suo libro su Pasolini. In quell’occasione come ipotizza Veltroni, Pelosi si sarebbe presentato a raccontare una storia che si avvicinasse perlomeno alla realtà, in quanto presumibilmente si sentì preso in causa, lì Pelosi fece delle dichiarazioni fortissime, in realtà abbastanza coerenti con quelle fatte nel 2005, arrivando perfino a dire che il vero assassino di Pasolini era ancora vivo. In via eccezionale Veltroni, come amico di Pasolini, lo convinse a dire la verità sull’accaduto, Pelosi gli disse che quella sera non era solo ma che non poteva dire altro in quanto “tengo famiglia”.

Il libro di Pelosi, nuovi indizi e nuove ipotesi

Nello stesso periodo pubblica il suo libro: “Io so come hanno ucciso Pasolini”, in questo testo vi è un’ulteriore versione. Pelosi nel libro sostiene che quella sera in realtà non era la prima volta che vedeva Pasolini, ma che i due si frequentavano da mesi e che quella sera si erano dati appuntamento a Piazza dei Cinquecento. Alcuni iniziano ad ipotizzare che il mandante dell’omicidio sia qualcuno di legato alla politica di destra di quel periodo, nelle ipotesi sorge che gli allora gruppi criminali romani avevano una forte appartenenza con l’estrema destra, e che spesso questi addirittura collaboravano. Nelle foto scattate quella mattina all’idroscalo di Ostia, si nota che tra i curiosi presenti a vedere cosa era successo, vi è un giovane Maurizio Abbatino, il futuro capo della banda della Magliana, il gruppo criminale romano più potente dell’epoca. Abbatino confesserà che ha fatto parte del gruppo che ha rubato le bobine col film Salò, ma negherà che era presente all’idroscalo quella mattina. Pasolini era riuscito ad entrare in contatto con i ladri delle due bobine a cui teneva particolarmente, grazie ad un intermediario che contattò Sergio Citti, amico di Pasolini e protagonista nel film Accattone. I ladri chiesero una somma pari a 2 miliardi di lire, una cifra astronomica, Pasolini gli offrì 50 milioni, una cifra comunque importante. Dalle indagini è emerso un certo Giuseppe Mastini, che conosceva Pelosi, e che una volta ha confessato al suo compagno di cella, che aveva fatto parte all’omicidio di Pasolini; non si saprà mai se era una mera millanteria o una confessione autentica. Mastini per altro ha dei lunghi capelli biondi e porta un plantare, siccome ha una gamba più corta dell’altra, dovuta ad uno scontro avuto con le forze dell’ordine. Entrambi elementi che potrebbero suggerire che forse quella frase confidata al suo compagno di cella non era solo una millanteria.

La versione più plausibile di quella sera

Secondo tutti questi indizi vi è una nuova pista da seguire: pochi giorni prima di essere ucciso, Pasolini, entra in contatto con i ladri e possessori delle sue bobine, magari si danno appuntamento a Piazza dei Cinquecento, forse con la promessa di restituirgliele, in questa ipotesi si spiega anche perché il ristoratore di quella sera dice di aver visto cenare con Pasolini, un ragazzo dai lunghi capelli biondi, si tratta probabilmente di Giuseppe Mastini, che è in possesso di queste caratteristiche. Si spiegherebbe anche perché quella sera Pasolini era attento a tutti i movimenti nella piazza, quella sera non era andato per consumare dei rapporti sessuali ma bensì per incontrare dei delinquenti. Pelosi sarebbe andato a parlargli delle bobine, attirandolo in una trappola già organizzata all’idroscalo di Ostia. Probabilmente Pelosi secondo questa ricostruzione è tornato indietro non per consegnare le chiavi ma per dire ai suoi compari dove erano diretti. Arrivati all’idroscalo magari l’auto è stata assaltata dagli aggressori, forzando il poeta a scendere, e lì poi lo avrebbero picchiato con altri oggetti contundenti che non sono mai stati ritrovati, e qui si spiegherebbe anche perché, gli aggressori gli hanno portati con loro. Comunque lui riesce a fuggire, si toglie la camicia e si tampona le ferite con il sangue, ma gli aggressori lo raggiungono e gli sferrano una serie di pugni e calci, uno dei quali gli provocò un’emorragia interna, come detto prima, che gli impedisce qualunque tipo di reazione. Dopo ciò lo uccidono definitivamente, passandogli sopra intenzionalmente, che come vedremo secondo alcune ricostruzioni, la macchina è passata presumibilmente più volte sopra al poeta, lasciando anche dei segni evidenti come: alcune ammaccature sull’auto, dei capelli su alcune parti dell’auto, compresa la marmitta e ovviamente i pneumatici sul corpo di Pasolini. Il poeta è morto per due lacerazioni al fegato e lo scoppio del cuore, questo rende possibili due principali ipotesi: la prima è che l’auto ha sterzato appositamente per investire il poeta, la seconda è che sono passati sopra più volte. Poi gli individui prendono di forza l’anello di Pelosi e lo gettano vicino al corpo di Pasolini, fornendogli una versione già pronta da raccontare in caso di arresto. Poi potrebbe essere possibile che i veri aggressori hanno minacciato il 17enne di starsi in silenzio sennò i suoi genitori avrebbero fatto la stessa fine. Anche in questa versione, che probabilmente è quella che si avvicina di più alla realtà, ci sono delle incongruenze, la più importante è: per quale motivo gli aggressori avrebbero dovuto picchiarlo a morte se volevano ricevere solo il riscatto? Si può ipotizzare che la trattativa non sia andata a buon fine e gli animi si sono accessi, e magari gli aggressori hanno iniziato a picchiarlo e lui difendendosi con forza, avrebbe innescato un certo tipo di furia negli aggressori che hanno aumentato la violenza inflitta, fino a procurargli la morte; oppure la storia delle bobine era falsa, loro non erano i veri ladri e possessori di queste, e volevano semplicemente impartire una lezione a quel “frocio comunista” che tanto odiavano.

Pasolini è morto perché scomodo a troppi?

Si può anche ipotizzare che il mandante dell’omicidio sia qualcuno di più importante, più potente, probabilmente legato alla politica dell’epoca, e che lo abbia voluto uccidere perché Pasolini era a conoscenza di informazioni di cui non avrebbe dovuto. Infatti il poeta aveva scritto appena un anno prima della sua morte un articolo sul Corriere della Sera, “Che cos’è questo golpe? Io so”, nell’articolo riteneva che lui sapeva chi erano i veri responsabili di quella che oggi viene chiamata strategia della tensione. Per strategia della tensione si intende una serie di attentati, stragi e trame politiche che avevano colpito l’Italia negli anni Sessanta e Settanta. In quell’articolo con la celebre frase ha dichiarato: “Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.” Nel nostro racconto, questo potrebbe spiegare perché la polizia è stata così poco attenta a gestire il caso. Sempre nel ’74 ha scritto, una serie di almeno una dozzina di politici della Democrazia Cristiana dovrebbero essere sottoposti a processo, per una serie innumerevole di reati. Dice di non avere le prove ma che le sta cercando, e queste prove sarebbero poi state impiegate per scrivere un romanzo col nome provvisorio di “Petrolio”.  Pasolini stava indagando anche ad un caso molto controverso, quello di Enrico Mattei, ex proprietario dell’Eni, morto in circostanze non del tutto chiarite, precipitato da un aereo privato. Molti già dai giorni prossimi al fatto, avevano iniziato ad ipotizzare che fosse stato un complotto per far fuori Enrico Mattei, e Pasolini stava indagando proprio a quel caso. Francesco Rosi, un regista dell’epoca, nel suo film raccontò proprio quel caso, ipotizzando si trattasse di un attentato ben programmato, era giunto a queste conclusioni dopo aver ingaggiato un giornalista palermitano, Mauro de Mauro, che scomparse rapito da dei uomini di Cosa Nostra e il corpo mai più ritrovato. Anni dopo, grazie ad indagini successive si giunge alla conclusione finale, quell’episodio è a tutti gli effetti stato un assassinio volontario programmato e messo in atto da ignoti. Peraltro anche in quel caso la polizia ha trattato con superficialità il caso, un’altra somiglianza col caso preso in questione oggi. Pasolini in quel romanzo che stava scrivendo, “Petrolio”, avrebbe fatto luce su molti attentati, omicidi e delitti mai del tutto chiariti; e probabilmente da qualcuno ciò non era visto di buon grado. Pochi giorni prima di morire pubblica il suo ultimo articolo, “Siamo tutti in pericolo”, forse il titolo riconduceva alle indagini che stava facendo sull’Eni e sui svariati omicidi dell’epoca, e qualcuno lo ha voluto mettere a tacere definitivamente? E magari lo ha voluto colpire proprio dove tutti lo attaccavano, la sua omosessualità, creando un omicidio dalla trama coerente col personaggio? I potenti si sono affidati a gruppi della malavita romana di destra, come già ipotizzato in altri omicidi simili? Queste sono domande a cui forse non avremo mai risposta.

I funerali di Pasolini

I funerali del poeta vengono celebrati in due luoghi e modi distinti. Il primo è stato il funerale pubblico, che si è tenuto il 5 novembre 1975, in cui la bara è stata accompagnata in corteo passando per molte strade del centro storico di Roma arrivando sino nella Chiesa degli Artisti, a Piazza del Popolo. Poi il giorno seguente la salma è stata trasferita a Casarsa della Delizia, dove si è tenuta la seconda celebrazione al poeta, stavolta in un ambiente più privato. Pasolini si trova ora sepolto proprio in quel luogo, Casarsa della Delizia, posto dove si era sempre sentito a casa, al sicuro, protetto, amato, dove aveva trascorso i suoi anni più belli e spensierati d’altronde, quelli della gioventù.

Nel ricordo di Pasolini

Oggi Pasolini lo ricordiamo come qualcuno che non si è mai piegato davanti ai potenti, come qualcuno che ha sempre lottato per le sue idee e convinzioni, e come qualcuno che ha dato la vita per essere sé stesso.