Il Caso Moro: i 55 giorni che stravolsero l’Italia

Il Caso Moro: i 55 giorni che stravolsero l’Italia

La strage di via Fani

Il 16 marzo del 1978 Moro uscì dalla sua abitazione, situata a Roma nord, più precisamente a Via del Forte trionfale, e si diresse verso la Fiat 128 della scorta. Con lui, vi fu il maresciallo Leonardi e l’appuntato Ricci alla guida. Dietro a loro, vi si trovò un’alfetta, sempre della scorta, dove vi furono le guardie di pubblica sicurezza: Rivera, Iozzino e il brigadiere Zizzi. Dopo poco che le auto si immisero sulla strada, vennero sorpassate da una Fiat 128 con targa diplomatica, dove a bordo, secondo molte ricostruzioni, vi fu Mario Moretti, uno dei principali membri delle BR. Quando le due autovetture della scorta giunsero all’incrocio tra Via Stresa e Via Fani, vennero sopraggiunte da una scarica di colpi, in tutto 91 di cui 45 sui corpi delle guardie dell’onorevole. Gli ufficiali della scorta di Moro persero tutti la vita in quel tragico attentato, passato alla storia come la strage di Via Fani, mentre l’obiettivo principale del colpo, ovvero l’onorevole, rimase completamente illeso. A Piazza Madonna del Cenacolo, a circa 2km dal sequestro avvenne il primo trasbordo. Moro venne fatto scendere dall’auto e salire su un furgone Fiat 850, bendato e posto in una cassa di legno traforata nel retro. Dopo ulteriori 11km, avvenne il secondo e ultimo trasbordo, in un parcheggio sotterraneo a Via Newton, dove la cassa con dentro Moro, fu traslocata su un ulteriore autovettura, una Citroën Ami 8. Dopo circa 50 minuti dal sequestro, l’onorevole giunse nell’appartamento dove avrebbe trascorso i suoi successivi nonché ultimi, 55 giorni. L’appartamento in Via Camillo Montalcini 8, fu scelto in modo molto preciso e accurato. Le stesse BR affermarono l’appartamento fu scelto secondo dei criteri specifici e successivamente trasformato in una “prigione del popolo”.

I 55 giorni di prigionia

Quando l’onorevole giunse al covo, gli venne scattata una prima polaroid. Nell’immagine apparve seduto, sotto shock e con dietro lo stendardo delle Brigate Rosse. L’immagine ebbe lo scopo di mostrare che il prigioniero fosse effettivamente vivo e soprattutto in mano dei suoi rapitori. Le BR lo stesso giorno del sequestro diffusero il Comunicato n. 1. Nel testo dichiararono l’intenzione di sottoporre Moro ad un processo proletario, ovvero un processo secondo la loro ideologia. Il 25 marzo le BR diffusero il Comunicato n. 2. Nel testo annunciarono l’inizio del processo di Aldo Moro e lo condannarono a essere giudicato secondo i criteri della giustizia proletaria. Il 29 marzo le BR fecero recapitare le prime tre lettere di Moro. La prima fu uno scritto privato ed affettuoso per la moglie. La seconda lettera fu destinata a Nicola Rana, nella quale vi si trovò uno scritto in cui l’onorevole chiese al suo braccio destro di fare da intermediario discreto con lo stato, peraltro fu proprio lui che i brigatisti chiamarono per indicargli dove si trovavano le lettere. La terza lettera fu destinata a Francesco Cossiga. Nella lettera il prigioniero dichiarò che l’unico modo valido per la sua liberazione fu quello di aprire una trattativa con i brigatisti, inoltre scrisse testualmente: “Il rischio è che io sia indotto a parlare in modo che potrebbe essere sgradevole e pericoloso in certe situazioni.”. Questa lettera scatenò il rifiuto sistematico della DC nell’aprire una trattativa per Moro, in quanto si pensò che le lettere scritte dall’onorevole fossero fortemente manipolate dai brigatisti, e perciò di scarso valore. Il 2 aprile, in una seduta spiritica tra amici, dove furono presenti anche individui con legami politici dell’epoca, come Romano Prodi, dopo la domanda: “dove si trova Aldo Moro?”, la tavoletta compose il nome di Gradoli. A quel punto, proprio Prodi, andò a riferire quanto accaduto alle autorità, che perquisirono accuratamente tutto il Comune di Gradoli, in provincia di Viterbo, che però risultò privo di qualunque legame con le BR, infatti non si trovò nulla. Paradossalmente però, anche a Roma si trovò una certa Via Gradoli, e là si scoprì solo il 18 aprile, per una perdita d’acqua accidentale, che si trovò effettivamente un covo delle BR. Seppur non si trattò dell’appartamento dove fu situato l’onorevole, quello individuato fu un covo molto importate per i brigatisti. Peraltro proprio l’abitazione in questione, venne già controllata delle autorità, che però non andarono affondo nella ricerca, in quanto “nessuno rispondeva al campanello”. Il 15 aprile, trenta giorni dopo il sequestro, venne diffuso il comunicato n. 6. Le BR annunciarono che l’interrogatorio al prigioniero Aldo Moro era terminato, che il detenuto era colpevole, e pertanto, condannato a morte. Il 18 aprile, venne pubblicato il settimo Comunicato, dove dichiararono l’avvenuta esecuzione del presidente tramite suicidio, e che il corpo, si trovava nelle acque del lago della Duchessa. Immediatamente una squadra professionista nel settore si mise in campo, insieme a moltissimi volontari, la ricerca però non ebbe esiti. Il comunicato si scoprì essere un falso, molto probabilmente scritto da un falsario appartenente alla banda della Magliana. Il 20 aprile uscì il vero comunicato n.7 che smentì quello falso e fornì tramite un’ulteriore polaroid che Moro era vivo. Il 22 aprile Papa Paolo VI lanciò un appello alle BR, quando pronunciò: “Vi prego in ginocchio, liberate Aldo Moro, semplicemente, senza condizioni”. Per le BR che ovviamente cercarono in tutti o modi una trattativa, queste parole del papa sancirono definitivamente che oltre la DC e il PCI, anche il papa, la chiesa e il Vaticano ora si ponevano sulla linea della fermezza. Non tutto il governo si oppose alla trattativa, in quanto il Partito Socialista Italiano, era favorevole ad una trattativa ma che non si effettuò mai, poiché il PSI, non era al governo dello stato e quindi non possedeva la forza politica per poter liberare Moro. Nonostante ciò il 24 aprile, le BR diffusero il comunicato n.8 con tutti i nomi dei 13 brigatisti di cui chiedevano la liberazione in cambio di Moro. Questa mossa non cambiò nulla, la linea della fermezza rimase, e la liberazione di Moro divenne sempre di più uno scenario utopistico. Non tutti i membri delle BR furono d’accordo con l’uccisione di Aldo Moro, perciò Mario Moretti decise di giocarsi un’ultima carta quando il 30 aprile, in pieno pomeriggio decise di chiamare Eleonora Moro, moglie dell’onorevole, da una cabina telefonica alla Stazione Termini, nel tentativo disperato di provare ad aprire, ancora una volta, una trattativa. La telefonata durò circa 10 minuti, un tempo insolitamente lungo per una chiamata clandestina, ciò comportò ovviamente anche una probabilità elevata di essere rintracciato e catturato, ma come disse lo stesso Moretti in interviste successive: “era un rischio che si doveva correre”. Ogni speranza per la liberazione di Aldo Moro svanì il 5 maggio, quando le BR diffusero il comunicato n. 9, in cui dissero esplicitamente che la decisione di uccidere l’onorevole era già stata presa. Moro sicuramente seppe che il suo destino era già scritto e infatti da quel momento le lettere scritte dal Presidente vennero solo ed esclusivamente scritte e destinate per moglie, figli, amici e parenti.

L’esecuzione

Il 9 maggio, Moretti svegliò l’ormai condannato Aldo Moro, lo esortò a seguirlo, l’onorevole si vestì in fretta, i brigatisti lo portarono nel garage dell’appartamento, lo invitarono a salire su una Renault 4 rossa, dove Moro vide per la prima volta i suoi carcerieri a viso scoperto e realizzò. Un attimo dopo una violenta raffica di 11 colpi sparati da due armi, che lo percossero portandolo alla morte. Successivamente le BR, condussero l’auto in Via Caetani, vicino ai santuari dei partiti. Poco dopo un militante anonimo delle BR, chiamò da una cabina telefonica a Roma Termini, Francesco Tritto, allora assistente del Presidente Aldo Moro. In quella chiamata il brigatista comunicò le ultime volontà dell’onorevole e dove era possibile recuperare il suo corpo.

Dopo la morte

Dopo la morte di Aldo Moro, l’Italia attraversò un forte momento di crisi. Francesco Cossiga abbandonò volontariamente l’incarico come Ministro degli Interni; il governo Andreotti rimase in carica seppur subì un forte shock; il paese si divise e la fiducia già traballante verso le istituzioni si ridusse ancor di più. L’ultimo saluto al Presidente venne celebrato in un’ambiente privato e familiare, per lasciare spazio al dolore della famiglia e soprattutto per omaggiare le volontà dell’onorevole Aldo Moro, per un’ultima volta.