La mafia in Italia: dalla criminalità rurale al controllo dell’economia nazionale

La mafia in Italia: dalla criminalità rurale al controllo dell’economia nazionale

Introduzione

La mafia in Italia è da svariati decenni un fenomeno che si tenta di risolvere. Oggi capiremo meglio cosa si intende per mafia, analizzeremo la storia di questa, l’evoluzione, cercheremo di comprendere quali danni concreti comporta all’economia, alla società italiana, e infine, vedremo quali potrebbero essere i migliori metodi per sconfiggere, o quasi, questo terribile fenomeno.

Cosa si intende per mafia?

Innanzitutto capiamo meglio cosa significa davvero questa parola. Secondo il vocabolario Treccani, per mafia si intende: un tipo di organizzazione criminale caratterizzata da segretezza, gerarchia e dall’uso della violenza o dell’intimidazione per il controllo del territorio.

La storia della mafia in Italia

Per capire come ad oggi la mafia italiana sia riuscita ad impossessarsi di tutti i settori dell’economia italiana, compreso quello pubblico, dobbiamo riavvolgere il nastro temporale e capire la nascita di queste associazioni criminose.

Dalle origini

Quando nel 1860 la Sicilia venne conquistata da Garibaldi, e quindi dall’Italia, Sicilia che dapprima fu di proprietà dei Borboni, ci fu una risposta inaspettata da parte dei siciliani. I principali ministri dell’Italia dell’epoca, vollero affidare la gestione del nuovo territorio ai cittadini dei ceti più alti della società siciliana. Però si scontrarono da subito contro una cultura particolarmente differente dalla loro, che impedì quasi ogni tipo di dialogo tra le parti coinvolte. I cittadini siciliani si rivelarono particolarmente restii verso il nuovo governo e l’influenza di esso. Laddove si presentò una forma di potere, la criminalità fu spesso la sovrana, la stessa, che poco tempo dopo, si trasformò nella prima forma di mafia. Inoltre dopo l’annessione, l’economia siciliana peggiorò drasticamente, principalmente per via di molte rivolte popolari che ci furono. Nel periodo temporale che va dal 1860 al 1870, si verificò una vera e propria epidemia di omicidi, rapine e atti di estrema violenza, soprattutto nel Mezzogiorno e nel Sud del territorio italiano. Furono introdotte anche alcune politiche per attenuare la situazione, tra cui l’imposizione della legge marziale. Tutti questi provvedimenti però, si rivelarono molto meno risolutivi di quanto avrebbero dovuto essere. In quegli anni nacque la prima vera forma di mafia in Italia. I criminali infatti sfruttarono la situazione difficile che lo stato affrontò, per insediarsi e guadagnare potere, nonché chiaramente, comandare il territorio. In questo terreno così sdrucciolevole, due giovani intellettuali condussero i primi studi sulla mafia in Italia; furono Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino. I due infatti, tramite il loro libro di inchiesta nel 1876, dichiararono che la mafia non rappresenta solo mera criminalità, ma un sistema di potere che esercita un “monopolio” della forza, risolvendo con la violenza le controversie, garantendo giustizia sostituendosi allo stato. L’inchiesta condotta da i due non ebbe un particolare impatto costituzionale o tramite riforme, ma fu molto importante per sensibilizzare il discorso politico e culturale. Tramite la loro inchiesta la mafia divenne un punto centrale nel dibattitto pubblico dell’epoca, nonostante ciò, siccome non furono presi particolari provvedimenti, il fenomeno si continuò ad espandere rapidamente. Dal 1888 al 1894 furono anni incredibilmente difficili per l’economia italiana. L’Italia dovette affrontare una vera e propria crisi. Questa fu dovuta principalmente dall’introduzione di nuove politiche, la carenza di domanda di molti raccolti agricoli siciliani, e infine, dal clima imprevedibile. La Sicilia, dall’annessione al regno, ebbe comunque un netto avanzamento tecnologico, che diminuì le differenze con il settentrione, che tamponarono leggermente la crisi. Nonostante ciò però, avvennero le prime forme di protesta dai contadini sfruttati, che rappresentarono la maggioranza per altro. Le lamentele furono rivolte principalmente ai grandi gestori dei terreni di lavoro, spesso borghesi, appartenenti ai ranghi alti della malavita mafiosa. Questi infatti, sfruttarono contadini, proponendo orari di lavoro massacranti e salari nettamente insufficienti. Quando si riscontrò questo movimento, fu presente anche la corrente opposta che invece sostenne che, la mafia, seppur sfruttando, fornisce lavoro e che quindi è ingiusto criticarla. Schema ricorrente anche nei decenni successivi. Da ciò nacque il movimento dei Fasci Siciliani, un movimento operaio con relativa importanza anche nel panorama nazionale, che indirettamente combatté anche la mafia. Il movimento durò poco, circa dal 1889 al 1894, venne represso dopo che nell’autunno del 1893 comportò scioperi in tutta Italia. Questo comportò forti faide e scontri sociali, per ciò, Francesco Crispi, arrivato al potere nel gennaio 1894, decise di reprimere il movimento tramite arresti di massa, sparatorie sulla folla e talvolta, esecuzioni.

La mafia nel 1900

Tra la fine dell’ottocento e l’inizio del novecento, la mafia si consolidò, e riuscì a insediarsi, in alcuni casi, anche nella gestione governativa e politica. Nell’età giolittiana, la mafia ebbe un strano rapporto con la politica, infatti, le associazioni di stampo mafioso ebbero il potere di influenzare, almeno parzialmente, le decisioni politiche dell’epoca. Nonostante ciò lo stato combatté apertamente quel tipo di organizzazioni, in alcuni casi i politici si avvalsero addirittura del potere di esse, per scopi che potessero giovare a loro favore. Dopo il primo dopo guerra, la mafia iniziò nuovamente la sua espansione, principalmente per via della crisi dovuta al combattimento appena terminato. Soprattutto nel Biennio Rosso, molti proprietari terrieri si affidarono al potere mafioso, per contrastare le molteplici proteste dei lavoratori. Con l’avvento del fascismo in Italia, nel 1922, il potere della mafia diminuì molto, o almeno così, apparse dall’esterno. Nella realtà il fenomeno mafioso, si impossessò gradualmente anche di alcune cariche politiche. Ciò avvenne principalmente tramite presunti accordi segreti, che però non furono mai accertati, e tramite l’uccisione di alcuni esponenti del movimento separatista, fortemente radicato all’epoca, soprattutto in Sicilia. Dal 1946 lo stato destinò consistenti somme di denaro per il riammodernamento dei macchinari nel settore agricolo. La mafia cercò disperatamente in tutti i modi di entrare in possesso di quel denaro, probabilmente però non ci riuscì, siccome i contadini si opposero in tutti i modi possibili alle pressioni continue effettuate dalla mafia per ricevere il denaro, inoltre, anche la corruzione diminuì particolarmente, e anche per questo, probabilmente, si verificarono molte uccisioni di sindacalisti eseguiti dalla malavita mafiosa.

Il boom edilizio e i principali business della mafia

Alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, fino all’inizio degli anni Settanta, ci fu il cosiddetto “sacco di Palermo”, un boom edilizio che cambiò volto alla città. Questo non rappresentò solamente un drastico cambiamento architettonico, ma bensì, fece entrare in contatto, più di quanto già lo fossero, politici, uomini d’affari e mafiosi. Questo fu probabilmente l’inizio dell’era degli appalti edilizi, controllati o manipolati dalla mafia, gli stessi appalti che poi diventeranno uno dei loro principali business. Un altro dei loro principali business fu e probabilmente ancora lo è, il commercio clandestino di sigarette. Basti pensare che in soli 4 anni, dal ’69 al ’73, la Guardia di Finanzia confiscò 81 navi, 42 pescherecci, 51 motobarche e 150 motoscafi; tutti poiché, vennero utilizzati nel trasporto di sigarette illegali. Questo dovrebbe far comprendere quanto le somme di denaro in quel mercato erano ingenti. I grandi mafiosi nel tempo iniziarono ad assumere capacità sempre più vicine al mondo dell’imprenditoria, costruendo un’ampia rete di conoscenze, proprio ciò infatti, li facilitò moltissimo per riciclare denaro sporco. Uno dei metodi cardini nel riciclaggio del denaro “sporco”, furono proprio gli appalti edilizi che queste associazioni criminose gestirono, ed ancora gestiscono. Il 23 novembre 1980, in Campania, avvenne il brutale terremoto dell’Irpinia che causò quasi 3000 morti. In quella circostanza lo stato italiano stanziò ingenti somme di denaro destinate alla ricostruzione dei centri abitativi distrutti. La mafia, nello specifico la Camorra, non si lasciò scappare l’occasione, infatti tramite imprese possedute da loro, appalti truccati, corruzioni ed estorsioni ai cantieri, riuscirono a ricavare significanti somme di denaro. Secondo molti intellettuali, storici e studiosi, questo fu uno dei momenti cardine nella crescita economica e strutturale della Camorra.

L’entrata nel mondo dell’imprenditoria

In quegli stessi anni, anche l‘ndrangheta riuscì ad impossessarsi di alcuni fondi pubblici destinati alla costruzione della famosa autostrada Salerno-Reggio Calabria. Da molti fu ribattezzato “il reato più lungo d’Italia”. Infatti, già dall’inizio delle costruzioni dell’autostrada nel 1962, l‘ndrangheta iniziò a costruire imprese che ebbero il ruolo principale di riciclare denaro proveniente da attività illecite, questo continuò circa fino agli anni Duemila, quando lo stato si fece più severo sulla questione, riuscendo a ristabilire la quasi totale legalità. Questo periodo probabilmente rappresentò un punto di svolta per le associazioni mafiose, almeno dal punto di vista operativo. Infatti quando queste capirono che il mondo dell’imprenditoria legale potesse rappresentare un metodo di profitto e soprattutto un metodo per riciclare denaro, queste iniziarono subito a costruire imprese, soprattutto nel settore edilizio. Nonostante ciò, non abbandonarono però i loro tradizionali metodi di guadagno, ed anzi si intensificarono i sequestri di persona. Si stima che dal ’69 al ’98 i sequestri di persona a scopo di estorsione condotti da associazioni mafiose, principalmente ‘ndrangheta, furono 694, un numero record in Italia. Anche lo spaccio di droga gestito da associazioni mafiose, in questo caso principalmente Cosa Nostra, aumentò drasticamente. Nel 1980 si arrivarono a contare circa 200.000 tossicodipendenti di eroina, e con ciò aumentarono anche i reati contro il patrimonio. La maggior parte di questi furono commessi da tossicodipendenti in ricerca disperata denaro per comperarsi la loro dose quotidiana di sostanza stupefacente. Come detto poco fa, la mafia si introdusse anche nei settori legali, diffondendosi in moltissimi settori in un periodo temporale particolarmente ridotto. Il loro business legale principale fu il settore edilizio, ma si dovettero adattare in fretta per via della legge approvatasi nel 1982, conosciuta come “sistema di aggressione patrimoniale”. Questa legge ebbe il compito di colpire il patrimonio delle organizzazioni mafiose, anziché arrestarne solamente i membri. Questa legge è considerata, ancora oggi, una tra le più importanti nella lotta contro la mafia. Infatti questa, rese particolarmente difficile per le organizzazioni mafiose finanziare attività illecite tramite denaro sporco, oltre che mantenere il controllo sul territorio. Da questo momento perciò i mafiosi iniziarono ad adattarsi, imparando a mimetizzarsi con maggior efficacia nell’imprenditoria, solitamente tramite l’utilizzo di un prestanome. Inizialmente i prestanome furono individui della famiglia, che con il fine di mantenere la fedina penale pulita, vennero appositamente tenuti lontani da atti criminosi. I principali settori in cui dapprima la mafia operò, furono quelli a basso valore tecnologico. In una fase successiva invece, dagli anni Ottanta circa, con la necessità sempre più presente di mimetizzarsi, i prestanome divennero talvolta, persone esterne al nucleo familiare, con l’obiettivo cardine di gestire le attività per il vero capo. In questo modo si formò una vastissima rete di mediatori, ma soprattutto un’ampia gamma di persone connesse al capo tramite interessi reciproci. Quest’ultima modalità di operatività delle organizzazioni mafiose nel settore legale, è la modalità con cui ancora oggi queste associazioni criminose operano. Dagli ultimi anni Settanta e per il corso di tutti gli anni Ottanta in Italia, si registrarono circa 4.500 omicidi riconducibili alle organizzazioni mafiose. Moltissimi di questi avvennero nel sud della penisola. Le aree più colpite furono: Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. L’apice della violenza mafiosa, in questo caso ‘ndranghetista, si toccò nella faida di Taurianova, un conflitto interno tra ndranghetisti. Il governo per tenere la situazione sotto controllo emise il decreto-legge n. 164 del 31 maggio 1991, che ebbe il ruolo di sciogliere ogni legame mafioso tra i consigli comunali e provinciali. Nello stesso periodo ci furono anche due importanti marce anticamorra che si svolsero in Calabria, per un totale di 40.000 partecipanti da tutta Italia, un gesto simbolico di una forza unica. Purtroppo però nel 1992/93, anche l’associazione mafiosa Cosa Nostra raggiunse i suoi picchi massimi storici di violenza, quando in quel biennio vennero uccisi i due magistrati, attivamente in lotta contro la mafia, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Questo avvenimento creò particolare scalpore nello stato italiano, che per reagire al fenomeno mafioso eseguì importanti cambiamenti strutturali. Innanzitutto riorganizzò le forze dell’Ordine per essere maggiormente efficaci, creo due direzioni antimafia, introdusse nuove leggi che favorirono i collaboratori di giustizia, e aumentarono le pene per i reati correlati alle associazioni mafiose. Questi provvedimenti favorirono l’arresto di numerosi boss mafiosi nel corso degli anni Novanta, i più conosciuti: Totò Riina, Giovanni Brusca, Benedetto Santapaola, Giuseppe Madonia e molti altri. Anche nei primi anni Duemila continuarono gli arresti, tra cui nel 2006 la cattura di Bernardo Provenzano, e l’anno successivo quella del suo erede, Salvatore Lo Piccolo.

Gli anni Duemila e l’espansione in Europa

Nonostante Cosa nostra fu messa sotto attacco dallo stato, le altre associazioni mafiose quali ‘ndrangheta e camorra continuarono ad espandersi, soprattutto nello spaccio di cocaina importata dal Sud America e nel settore dello smaltimento di rifiuti. Nel 2007, tramite la strage di Duisburg, eccidio di 6 vittime di giovani calabresi svoltosi in Germania, si capì la potenza dell’‘ndrangheta, in Italia e in Europa, associazione che fino a quel tempo fu, eccessivamente sottovalutata. Nel 2010, infatti, anche la ‘ndrangheta fu inserita nel testo della Legge Rognoni-La Torre, testo che contiene misure di prevenzione per i reati mafiosi.

La mafia adesso

Ad oggi l’Italia rappresenta il terzo paese europeo per consumo di cocaina, con le principali citta che sono: Roma, Napoli e Milano. Attualmente le principali organizzazioni mafiose quali: ‘ndrangheta, camorra e Cosa nostra; si concentrano principalmente a fornire “servizi” alle imprese italiane, siccome le stesse le richiedono, mentre dopo gli anni Novanta cercano sempre di più di evitare reati di sangue. Ad oggi reputo che la mafia rappresenti uno dei principali problemi che affligge l’Italia, e se il consumo di cocaina e i servizi che forniscono le associazioni mafiose sono così richiesti, è anche perché lo stato spesso si volta nel senso opposto. La storia ci ha dimostrato che quando il governo ha voluto intervenire davvero sulla questione, ha fortemente limitato il problema, questo ci dovrebbe far comprendere che si può intervenire, e anzi, è necessario farlo.

Quali danni concreti comporta la mafia all’economia nazionale?

La mafia è riuscita ad impossessarsi, durante il corso degli anni, di ingenti somme di denaro anche nei settori legali. Quest’infiltrazione mafiosa nei settori pubblici e legali, comporta diversi problemi all’economia italiana, nonché ai singoli cittadini o singole imprese. Capiamo quali sono i metodi che queste associazioni mafiose sfruttano per operare nei settori legali, cosicché riusciremo più facilmente ad individuare le possibili soluzioni da attuare.

  1. Scoraggiamento della concorrenza: La mafia infatti riesce ad assicurarsi le materie prime ad un prezzo ridotto rispetto alle imprese concorrenti, segnandone nella maggior parte dei casi la loro scomparsa. In quei rari casi in cui l’azienda o le aziende concorrenti riescano comunque a sopprimere questo svantaggio imposto forzatamente, le imprese mafiose potrebbero sempre avvalersi di atti di violenza, volti ad intimidire la concorrenza ed impossessarsi della totalità del mercato presente, creando a tutti gli effetti un monopolio. Inoltre le imprese gestite da associazioni di stampo mafioso hanno a loro disposizione ingenti somme di denaro, questo crea chiaramente una posizione di netto vantaggio sulle imprese concorrenti. Per altro la concorrenza è un tessuto economico necessario per il corretto sviluppo economico italiano. Ciò mina quindi indubbiamente il normale sviluppo dell’economia locale, che poi si rifletterà sull’intera economia nazionale. Spesso associati mafiosi chiedono anche delle “donazioni libere”, o almeno così le chiamano, noi però lo chiamiamo “pizzo”, questo aumenta il costo di gestione delle imprese. In molte aree, soprattutto nel Sud dell’Italia, chiunque voglia costruire la propria impresa deve considerare anche questo come un costo fisso, e ciò reputo dovrebbe rientrare solamente in scenari utopistici.
  2. Ribasso dei salari: Le imprese sostenute da associazioni mafiose diventano spesso, la quasi unica fonte di lavoro tra la manodopera locale. Queste imprese usano spesso la forza e la violenza per costringere la forza lavoro locale ad essere impiegata nelle loro imprese. Ciò crea quindi un secondo vantaggio sleale, che non permette alle altre imprese concorrenti e a norma di progredire. Spesso i lavoratori infatti, si trovano quasi obbligati ad accettare lavoro da queste imprese, gestite da membri mafiosi, per evitare ripercussioni, su loro stessi o la loro famiglia. Ciò di conseguenza fa diminuire i salari poiché gli impiegati sono quasi obbligati a sottostare alle regole imposte da queste associazioni mafiose.
  3. Sottrazione delle risorse pubbliche: La mafia in Italia, come già detto, opera in settori pubblici e legali. Spesso queste imprese associate ad organizzazioni mafiose, si infiltrano negli appalti edilizi, intercettando, spesso almeno una parte, dei fondi destinati alla ricostruzione degli edifici, soprattutto dopo importanti sismi. Nel concreto questa tecnica funziona così: lo stato stanzia fondi pubblici per la ricostruzione di edifici, soprattutto dopo violenti terremoti; le associazioni mafiose costruiscono delle imprese edilizie tramite prestanome candidandosi agli appalti pubblici; per aumentare la probabilità di vincere l’appalto spesso usano la corruzione o l’intimidazione; una volta ottenuto l’appalto costruiscono gli edifici utilizzando materiali di qualità inferiore, mantenendo il costo di produzione basso e quindi risparmiando. I soldi ricavati poi, vengono investiti in altre imprese, sempre di loro proprietà o tramite prestanome, riciclando denaro sporco, e creando una seconda economia illegale e dannosa. Questo è solo uno dei metodi con cui le organizzazioni mafiose si impossessano di soldi pubblici, stanziati originariamente per altri obiettivi. Esistono altri svariati metodi con cui le organizzazioni mafiose “rubano” indirettamente soldi allo stato, tra cui sicuramente tramite il lavoro non in regola, non pagando quindi tasse, contributi, stipendi regolari, eccetera; quindi effettuando un’evasione fiscale a tutti gli effetti. Anche attraverso gli istituti penitenziari, i detenuti, talvolta associati ad organizzazioni mafiose, usufruiscono di vitto, alloggio, e altri servizi. Nonostante i detenuti sono obbligati a rimborsare una parte dei servizi allo stato, questo risarcimento obbligatorio non tiene in conto ad esempio dello stipendio delle forze dell’ordine, erodendo quindi inevitabilmente una parte di risorse economiche allo stato italiano. Inoltre spesso molti detenuti si dichiarano nullatenenti, non risarcendo quindi, nemmeno una parte delle spese del penitenziario, e quindi dello stato.
  4. Danneggiamento della reputazione del paese: Al netto dei precedenti 3 punti, è ovvio che un investitore estero ma anche lo stesso stato italiano sarà restio ad investire importanti somme di denaro, per via delle implicazioni negative che si potrebbero verificare. Ovviamente se investitori esteri smettessero di investire, si potrebbe verificare un arretramento dell’economia italiana, che in alcuni casi più gravi potrebbe portare ad una recessione. Se anche lo stato italiano non stanziasse più le somme ingenti e precedenti per la ricostruzione di edifici oppure di opere pubbliche, si potrebbe causare una diminuzione della qualità della vita dei residenti; se invece continuasse a farlo senza usare alcuna precauzione, potrebbe indirettamente investire nello sviluppo delle organizzazioni mafiose, come peraltro, già accaduto in passato. Reputo pertanto che bisogna intervenire alla base del problema, e attuare severe restrizioni in merito.

Opinione personale e possibili soluzioni

Al netto di tutto ciò che abbiamo esaminato e analizzato, reputo che si può, e anzi è doveroso risolvere il fenomeno trattato. La storia ci ha insegnato che quando lo stato e il governo italiano, quando hanno preso seriamente in carico il problema, il fenomeno mafioso si è attenuato considerevolmente. Ritengo sia una battaglia che bisogna affrontare per avere un futuro quotidiano, economico e lavorativo più tranquillo e pacifico per chiunque. Se fossi nella posizione di poter agire concretamente sul problema, probabilmente attuerei alcune politiche, leggi e provvedimenti più stringenti e severi. Vi espongo di seguito i principali.

  1. Colpire il patrimonio della mafia: Le organizzazioni mafiose, soprattutto quelle maggiormente ampie e disposte di una vasta rete di associati, non faticherebbero nel caso dell’arresto del proprio capo, a rimpiazzarlo con un altro individuo altrettanto valido. Perciò ritengo bisogna attaccare il patrimonio che queste organizzazioni dispongono e del quale ne usufruiscono quotidianamente per i loro affari. Bisognerebbe rafforzare la presenza dello stato, tramite l’ausilio delle forze dell’ordine adatte, nei luoghi dove si verificano più frequentemente questa tipologia di reati. In questo modo si riuscirà a contenere meglio il fenomeno, esercitando con maggior efficacia il potere legislativo di cui si dispone. Forze dell’ordine addestrate adeguatamente riusciranno a segnalare il problema prontamente, riducendone le conseguenze. In seguito alla segnalazione si dovrebbe confiscare definitivamente l’immobile, l’impresa o qualsiasi altro bene patrimoniale.
  2. Rafforzare la presenza delle forze dell’ordine su territori particolarmente colpiti: collegato al punto precedente, questo potrebbe anche sopperire a moltissime altre problematiche che si verificano per via delle associazioni mafiose. Facendo alcuni esempi concreti; in un luogo particolarmente predisposto alla corruzione di agenti o funzionari, aumentare il numero delle forze dell’ordine presenti sul territorio potrebbe limitare la corruzione. Il mio ragionamento segue una logica molto basilare. Dal momento che sono presenti più forze dell’ordine su un territorio specifico incriminato, aumenta conseguentemente anche la probabilità che qualcuno tra esse riferisca a chi di dovere il reato di corruzione che si sta consumando, a sua volta quindi, si potrebbe intervenire e bloccare il problema alla radice, prima che procuri ulteriori danni. Questo accadrà soprattutto se le forze dell’ordine siano state addestrate adeguatamente e secondo i valori etici e morali che dovrebbero possedere per il ruolo lavorativo che svolgono. Sono fortemente convinto che una società futura migliore nasca dall’istruzione adeguata, in questo caso dall’addestramento, degli individui che ne fanno parte. Un ulteriore vantaggio che si potrà avere da questa intensificazione delle forze dell’ordine, si tratta della tutela degli individui che segnalano criticità correlate ad associazioni mafiose. Una maggior presenza di agenti contribuirebbe anche a una maggiore efficacia di alcune misure di protezione su individui particolarmente esposti; banalmente la “scorta”, è uno di questi esempi.
  3. Investire nella cultura della legalità. Come già detto, sono fortemente convinto che lo studio, e in modo più ampio la cultura, siano le basi per una società migliore domani. Per sconfiggere la lotta contro la mafia partirei proprio dalla cultura. Ritengo di fondamentale importanza avvicinare i bambini al mondo delle forze dell’ordine, e della legalità in generale. Parlando per esperienza diretta reputo che negli ultimi anni lo stato e l’istruzione pubblica abbiano fatto importanti passi avanti da questo punto di vista; proponendo gite e incontri delle forze dell’ordine con giovani studenti, dalle elementari fino alle scuole superiori. Investire in questi percorsi fornisce una chiave di lettura alternativa, a bambini e ragazzi che magari si confrontano a casa con atti di continua delinquenza, spesso da parte dei genitori, pensando quindi che quella sia la normalità, e soprattutto il giusto. Questi percorsi sono fondamentali per far capire ai giovani ragazzi e bambini che, banalmente, i poliziotti non sono i cattivi. In molti contesti, soprattutto nelle periferie, i bambini già da piccolissimi credono che le forze dell’ordine sono il male, spesso poiché i genitori legati ad ambienti mafiosi glielo lasciano credere, o addirittura fomentano questa visione totalmente contorta. Queste iniziative che sono sempre più presenti nelle periferie e nella collettività in generale, le reputo molto più importanti di quanto possano sembrare da un occhio terzo.

Conclusioni

La mafia è un fenomeno strutturale e radicato nella cultura di molte realtà locali. È senza dubbio un tema su cui si deve intervenire, poiché reputo che il tempo porterà il fenomeno mafioso solo ad un incremento della sua potenza ed efficacia. La mafia non è contornata ad ambienti criminali, ma si irradia facilmente in tutta la popolazione locale, talvolta tramite violenza, intimidazioni e richiesta di denaro, esplicito ed implicito. La cosa che mi procura più rabbia è proprio questa. Un fenomeno di cui tutti, compreso lo stato, è a conoscenza, ma che nonostante ciò continua ad espandersi e rovinare vite e famiglie di persone oneste. Bisogna che le istituzioni designate intervengano, e noi nel nostro piccolo possiamo sostenerle facendo il nostro compito di cittadini modello.